Mi volto, alla mia destra il lenzuolo non ha pieghe, il cuscino non ha forma e il mio cuore non ha immagini. Le idee sono confuse, ho bevuto troppo. Ricordo quella festa incasinata, la musica non mi piaceva ma non potevo tenere i piedi ancorati a terra. Il profumo della pelle, il sorriso degli occhi. Ma non c’è un viso e nemmeno un corpo, neanche un’idea. Solamente mezzo materasso intonso, vuoto e arido come la mia mente. La musica, costante, variabile non aleatoria, si alza, si innalza, sa essere domata al momento giusto. Infilo le cuffie, si appoggiano dolcemente alle mie orecchie, mi accarezzano le guance perchè troppo grandi per questa piccola testa. Scelgo, la sicurezza della mia libreria di note. Non ho ancora capito chi voglio diventare ma tutto questo sò gestirlo senza indugi. Sprofondo negli abissi di questi bassi, nella ripetizione del synth, nella profondità delle voci che riesco a seguire senza capire. I piedi si muovono, come prima, trainati dalla gioia immensa del ritmo. Libera, ma non oso guardarmi allo specchio. Grazia, credo sia andata perduta ma prego affinchè mi porti con sè, camminando perdo il percorso. Caos, o sequenza ordinata che si trasforma in disordine. Il caos dell’ordine, il pattern del disordine. Il groviglio mentale che mi si scioglie dentro mentre mi scateno al buio. Passione e pancia, sensazioni profonde dettate da istinti incontrollabili che non oso ancora sfogare con qualcuno. Voglia di mani, dappertutto, e di baci sul collo. Eppure ho capito il segreto, la chiave è imparare a bastarsi. Mi dimeno in questo angolo di silenzio, stringendo le cuffie affinchè trattengano ogni vibrazione, assetata di brividi. Orologi biologici che rimandano a tempi passati. Buio e freddo nella notte incalzante, preludio di un’alba immensa e intoccabile, irraggiungibile. Menzogne, stronzate, parole che non hanno significato. Mi inebri con il tuo nulla e mi lascio trascinare dalla tua pazzia. Ma adesso, in questo momento, mi scrollo di dosso voi e le vostre cazzate, la solitudine mi fa sorridere come una scema. Mi bagno le labbra, leccando il sapore agrodolce del limone che ho spremuto nella carne viva, nella ferita autoimposta. Ora finalmente la luce del giorno entra dal balcone socchiuso, chiudo gli occhi, spengo i pensieri, e mi addormento dolcemente avvolta da me stessa e dalle coperte calde. E’ giorno e manca qualcosa.